Oggi Giorgio De Rienzo pubblica sul Corriere della sera una recensione di Perceber. Ma l'ha letto? Lo stronca con cattiveria e io sospetto che come me, ma per motivi diversi, non sia andato oltre le prime pagine. Si domanda addirittura "se esistano le regole più semplici perché un libro possa (...) avere dignità di testo letterario". Secondo lui a Perceber mancherebbero i sine qua non di un'opera narrativa: la storia, la struttura e una forza di scrittura "che si trasformi in stile". La libertà assoluta dai canoni narrativi se la potrebbe permettere solo chi possiede "un rigore di scrittura e una capacità inventiva eccezionale" . Colombati sarebbe privo di entrambe. Avrebbe creato un vuoto e ci avrebbe "vomitato dentro liberi pensieri sparsi". La chiusa è raggelante: "questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudoculturali."
Perceber non è un libro facile, lo so anch'io. La settimana scorsa ho iniziato a leggerlo e mi sono fermata poco dopo l'introduzione. Non potevo dedicargli venti minuti a sera, avrei fatto un torto al libro e a me stessa. Meglio aspettare due settimane, quando avrò qualche giorno libero. Perceber è un'esperienza che richiede attenzione e soprattutto l'approccio giusto di chi vuole farsi prendere dalla storia. Colombati esce dalla scuola di Joyce e non da quella di Dan Brown. Non ha studiato, cronometro alla mano, dopo quanti secondi cominci a calare la concentrazione del lettore-tipo per piazzargli lì la conclusione del capitolo. Chi investirà il suo tempo su Perceber ne sarà ricompensato. Io una parte del mio premio l'ho già avuta: ieri sera, all'Excelsior, Colombati ha letto un pezzo esilarante su una grancevola molto arguta.

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